Sciola senz’arte
Lo conoscono in tanti Pinuccio Sciola, l’artista sardo di fama internazionale che fa suonare le pietre. Da pochi, però, si lascia raccontare senz’arte. Un pomeriggio di mezza estate nel cortile di una grande villa campidanese, tra divagazioni sulle tradizioni, i giovani e il futuro.
di Simone Cavagnino
foto di Fabio Marras
Pomeriggio di mezza estate in Sardegna, tragitto Cagliari – San Sperate sulla statale 131 arroventata dal sole. Le casse dell’autoradio spargono il jazz nell’abitacolo. In qualche minuto sei a ‘Santu Sparau’, la patria delle pesche, e ad annunciarlo sono proprio le grosse sculture che le riproducono all’ingresso del paese, insieme ai murales e l’arte custodita in ogni angolo di questo Paese Museo. La destinazione è via Marongiu e, dopo averla raggiunta, parcheggi nel cortile di una grande casa campidanese, dove la natura sgorga tra pietre e sculture. Ti viene incontro il padrone di casa, camicia azzurra comodamente sbottonata, pantaloni scuri, rigorosamente scalzo. È il suo modo di parlare, i suoi gesti e quel modo cosi caratteristico di ricercare un contatto con la terra, a rivelare quant’è profondo il suo legame con essa. Fino al punto di farle cantare melodie che per milioni di anni sono rimaste imprigionate nei suoi calcari e nei suoi basalti. Lui si chiama Pinuccio Sciola e ti fa accomodare su una panchina prima di iniziare il suo racconto.
Questa chiacchierata potrebbe partire proprio da Lollove, uno tra i più piccoli paesi della Sardegna e forse del mondo. Cosa risveglia nella tua memoria litica?
La prima immagine che mi viene alla mente parlando di Lollove è quella di una fotografia di Nanni Pes che immortala un bambino che guarda un vitello appena ammazzato in occasione di una festa a Lollove cinquant’anni or sono, in cui erano presenti tutti gli abitanti del paese. Ho nella mente l’immagine fervida di questo bambino che guardava con curiosità culturale il vitello appena sacrificato allo scopo di sfamare l’intera comunità. Lollove è impresso nella mia mente come paese simbolo del rapporto ancestrale tra l’uomo, l’animale e la natura e ancora sopravvive nonostante anche cinquant’anni fa fosse facile prevederne l’estinzione.
Cosa è rimasto oggi del rapporto tra i giovani e le tradizioni della loro terra?
Il rapporto tra giovani e tradizione, tra giovani e natura sta oramai scomparendo, ma ritengo fondamentale affermare che è la terra che, nonostante tutto, continua a sfamarci. Il fatto che la tecnologia si stia espandendo sempre maggiormente ci spinge a volere e desiderare sempre di più quello che ci viene proposto dalla televisione e questa ci mostra la terra solo nei documentari o addirittura nei servizi che parlano della preistoria. Comprendo il profondo disagio che prova un giovane in questo delicato momento storico. Purtroppo negli ultimi 15 anni tutti hanno vissuto ampiamente al di sopra di qualsiasi possibilità. In ogni famiglia, se il reddito mensile era di mille euro, se ne spendevano tremila. Il consumismo dilaga e nessuno fa nulla per frenarlo. Ho sentito una signora lamentarsi perché si trovava costretta ad andare a far la spesa al discount, come se questo costituisse un’offesa o un declassamento.
Un’isola dalle mille risorse, naturali, umane e intellettuali. Che pure impoverisce lentamente. Cosa stiamo sbagliando?
In Sardegna ci sono dei ragazzi meravigliosi, delle intelligenze creative straordinarie, ma questo non è sufficiente: ritengo che il primo grande passo da fare sia quello di ristabilire un profondo e primordiale rapporto con la natura. La terra è abbandonata, non viene coltivata. Noi mangiamo e sprechiamo quello che oramai ci viene importato ed è questo il motivo per cui hanno attecchito i centri commerciali che di autoctono non hanno più nulla. Il problema è che i sardi coltivano sempre meno. La terra ti dà tutto, basterebbe ristabilire un rapporto con questa, lavorarla e soprattutto inchinarsi a raccoglierne i frutti. Ma non c’è più questa cultura, si è abituati ad avere tutto senza sporcarsi più le mani. Mio padre diceva sempre che tutto quello che mangiano gli animali lo possiamo mangiare anche noi. Invece si continua a comprare una marea di beni inessenziali. Avete notato che sul mercato oramai si trova solo aglio cinese? Eppure basterebbe coltivarlo in un piccolo vaso, che tra l’altro abbellirebbe anche la finestra. Anche il granito ce lo portano dalla Cina già lavorato e costa meno di un terzo di quello di Buddusò. Costa poco perché prodotto da schiavi e noi comprandolo non facciamo altro che assecondare questa situazione di sfruttamento. Ho visto come si lavora nelle cave cinesi. Fanno quasi tutto le donne che sollevano masselli di granito che qui fatichiamo a sollevare in tre. Donne pagate con un semplice pugno di riso. La Cina calpesta i diritti e sottopaga gli operai e noi acquistando quel granito assecondiamo le loro politiche.
Quali input potrebbero contribuire ad invertire questo fenomeno?
La nostra isola potrebbe dar da mangiare non a un milione e seicentomila abitanti e altrettante pecore, ma potrebbe sfamare diversi milioni di persone e bestie. E invece è un territorio oramai desertico in cui ci si è dimenticati dell’agricoltura e non si è in grado di interpretare le esigente del turismo. Il periodo turistico in Sardegna, senza adeguata promozione, si sta riducendo al solo mese di agosto, che arriva una volta all’anno, e in questo mese non ci si può permettere di ‘spennare’ chiunque frequenti l’isola, compresi gli indigeni. E nessuno sorride piu, neppure ai turisti. Altro aspetto che tengo a sottolineare è che la Sardegna non è conosciuta nel mondo. Un sardo di mia conoscenza che cercava di vendere prodotti Doc isolani negli Stati Uniti, per far capire al suo interlocutore dove fosse la Sardegna, ha dovuto dire che è l’isola vicina alla Corsica. La Francia promuove e fa conoscere la sua isola. Ma non dobbiamo prendercela soltanto con i politici. La gente non ha più neanche la voglia di arrabbiarsi, ognuno vive nel suo piccolo habitat e su questo si adagia. Bisogna ritrovare quella rabbia positiva che risveglia le persone e le porta a volere il cambiamento.
Smussare i propri difetti, incuriosirsi e migliorare guardando al futuro. Ma partendo da cosa?
Il sardo dovrebbe crescere liberandosi prima di tutto della sua profonda superbia. Dobbiamo guardare oltre e conoscere il mondo che ci circonda, liberarci dalla presunzione che ci porta a pensare che tutto quello che è sardo sia migliore del resto. Bisogna viaggiare tanto e tornare ricchi di culture ed esperienze e saper fare tesoro dei patrimoni acquisiti, per crescere e far crescere la nostra terra. Nella mia vita ho viaggiato tanto e sono sempre stato convinto che si debba andare per il mondo senza inibizioni e senza presunzioni. Se uno eccede nell’uno o nell’altro aspetto, è già fuori strada. Quello che non sai cerca di impararlo, quello che sai proponilo e scambialo. Confrontarsi è molto importante. Io non sono Sciola perché sono sardo, io sono nato in Sardegna, una terra che non deve essere necessariamente migliore delle altre. È una terra che ha indubbiamente caratteristiche diverse, e abbiamo patrimoni che non siamo capaci di valorizzare. La cultura nuragica, che è la cultura arcaica della Sardegna, è un patrimonio da tutelare e valorizzare, ma non nego che i paesaggi che ci sono, per esempio, in Alto Adige, Trentino o in Puglia siano altrettanto meravigliosi. La Sardegna confina con il mare, quindi con il mondo. Un’onda che sbatte su uno scoglio sardo sbatterà su uno scoglio situato dall’altra parte del pianeta. L’insularità è un valore immenso che ci da’ un’identità specifica. Molti invece vivono l’insularità come una condanna. Ma chi vuole viaggiare può spostarsi e andare oramai dove vuole. Io addirittura ‘obbligherei’ i giovani a viaggiare per conoscere il mondo, senza inibizioni e senza presunzioni.
(Foto © di Fabio Marras. Vietato qualsiasi uso non autorizzato dal’autore)


