Hanno ritrovato Kaspar Hauser. Nel Sinis
La storia di Kaspar Hauser è stata portata sul grande schermo da giganti del cinema come Herzog e Truffaut e ora anche da Davide Manuli, in un film interpretato da Vincent Gallo, Silvia Calderoni e Claudia Gerini. Abbiamo saputo che l’opera è stata girata nell’oristanese e ci siamo fatti raccontare com’è andata dal regista villacidrese Fabrizio Marrocu, che ha lavorato sul set. E racconta com’è stato lavorare con attori del calibro di Gallo, di scorrettezze a biliardino da parte di attori famosi e di film italiani girati finalmente “fuori dalle stanze”…
di Giovanna Arabini
Non so se lui lo ricorda ma quando chiesi a Fabrizio Marrocu se sapeva che in Sardegna stessero girando un film su Kaspar Hauser in cui recitava anche un certo Vincent Gallo, lo feci con un certo orgoglio. L’avevo scoperto da un tweet di Elisa Sednaoui che postò la foto di un cartello stradale (mi pare il bivio fra Tramatza e Solarussa) e da lì avevo fatto qualche ricerca online: il film era effettivamente girato in Sardegna, il film era su Kaspar Hauser, il film era di Davide Manuli e nel film c’era Vincent Gallo, un attore che mi divide fra la voglia di prenderlo a schiaffoni fortissimi e quella di baciarlo in bocca quando meno se lo aspetta per poi scappare velocissimo (secondo me è uno che mena). Così, quando ho chiesto a Fabrizio se sapeva della presenza del set nell’Oristanese mi ha risposto cortesemente che sì, lo sapeva perché aveva appena finito di lavorarci. Ecco che la mia notizia non era più lo scoop che pensavo che fosse (ehi, nessuno sembrava saperne niente!) ed ecco pure che i miei 6 gradi di separazione da Vincent Gallo si riducevano a uno. Intanto la curiosità cresceva, alimentata da un trailer ipnotico e dalle foto di scena che mostrano gli attori immersi nei paesaggi simil-lunari del Sinis e pur non essendo agorafobica l’utilizzo della location mi rimandava ad alcune inquietudini provate nell’osservare alcune riprese dello stesso Marrocu nel suo ultimo lavoro: lui, lo leggerete, non è assolutamente d’accordo. Fargli un po’ di domande, in qualità di persona informata sui fatti, era doveroso.
So che il progetto non era troppo conosciuto durante la fase di realizzazione per cui immagino tu ne sia stato al corrente in epoche non sospette… Di cosa ti occupavi esattamente sul set di Manuli?
Facevo il video assist. Il mio compito era quello di gestire una piccola postazione mobile che permettesse al regista e al segretario di edizione di vedere le inquadrature che venivano girate con la macchina da presa. Ogni inquadratura veniva registrata su cassette per visioni a posteriori da parte di attori, edizione, dello stesso regista, del direttore di fotografia o del suo assistente, quando poteva sorgere qualche dubbio o quando si aveva bisogno di rivedere una o più inquadrature.
Sono stata subito incuriosita dal film, sapevo steste girando ma non sapevo che tu fossi parte della crew, poi ci ho pensato meglio e dopo aver trovato qualche informazione su “La Leggenda Di Kaspar Hauser” mi sono venute in mente delle soluzioni di continuità fra questo ultimo lavoro di Manuli e il tuo precedente. Mi viene in mente l’uso che si fa del territorio (le distese del Sinis) che, alla fine della fiera, non è poi così diverso dall’uso che hai fatto tu delle campagne di Villacidro per “Uncle Bubbles”, perlomeno a mio parere. L’ambientazione diventa quasi aliena(ta) in entrambi i casi seppur, forse con intenti diversi. Trovi ci siano delle analogie da questo punto di vista?
Ne “La Leggenda di Kaspar Hauser” così come in “Beket” (il film precedente di Davide), il paesaggio è sfruttato nella sua ampiezza, con un uso prevalente di camera car, macchina fissa e grandangoli, che ne enfatizzano la componente desertica. I personaggi si muovono in questi scorci come se fossero su un altro pianeta. Non credo ci siano similitudini da questo punto di vista e in questo senso con i miei progettini.
Il film esplora l’ossatura di un plot classico, in questo caso la storia di Kaspar Hauser: il ragazzo arrivato dal nulla che nulla ricorda e che in virtù dell’essere tabula rasa getta un certo scompiglio in una comunità dai ruoli ben codificati. In questo caso l’anima della storia è classica ma l’approccio è piuttosto visionario: Kaspar Hauser è interpretato da una donna, la comunità che incontra (o con cui si scontra, come preferisci) è formata da una granduchessa, un servo, un prete, una veggente, uno sceriffo e un personaggio che imdb definisce Il Pusher. Sono un’attenta e gaudente fruitrice di racconti surreali, spesso li trovo più plausibili di altri ma mi sono sempre chiesta se in corso d’opera tutto sia così chiaro. Capivi esattamente dove steste andando a parare o la visione del film finito ti ha riservato delle sorprese?
Si sa dove si va a parare perché all’intera troupe viene sempre consegnata la sceneggiatura. Purtroppo non ho ancora avuto modo di vedere il film finito. Ma almeno per quel che ho visto durante la lavorazione posso sicuramente dire che… *esplosione atomica*.
Scusa, so che questa domanda te l’aspettavi ma sarò banale e te la farò lo stesso: com’è lavorare con Vincent Gallo? Mi dicevi che tiene molto alla sua privacy e non gradisce essere fotografato. Detta così sembra un po’ stronzo, in realtà credo di poterlo capire e mi sembrava che tu ne parlassi con una certa stima. Immagino che il Vincentone nostro sappia bene quel che fa…
Gallo è un tipo abbastanza semplice, con una capacità recitativa incredibile supportata da un talento e da una passione per l’immagine autentiche, assolutamente fuori dal comune. So che questa risposta può sembrare uno spot su di lui ma ti assicuro che sono serio e che non mi ha pagato per dirlo. È uno a cui piace sperimentare e che sperimenta, e che sperimenta bene, e lo fa con rigore e gusto. Sa bene quello che fa perché ha testa. Attori e autori come lui meritano un rispetto vero. Che non vuol dire che li si debba trattare come dio in terra o guardarli da lontano. Sono persone come noi e capiscono quando li stai prendendo per il culo. Ci ho giocato assieme a biliardino ma il maledetto usava le virgolette, una cosa che dalle mie parti è considerata come una scorrettezza.
Il protagonista è interpretato da Silvia Calderoni, già vincitrice del Premio Ubu (nella categoria Under 30).
Ho cercato qualcosa su di lei ed è venuto fuori che è una performer stimatissima. Personalmente, oltre che molto interessante la trovo bellissima. La conoscevi prima del film?
Avevo sentito parlare del gruppo con cui opera (i Motus) da diversi anni, ma non conoscevo nessuno di loro. Un giorno in pausa mi aggiravo in questo stanzone in cui lei provava per i fatti suoi dei passi di un qualcosa di recitato e ritmato con dei movimenti precisi di tutto il corpo, molto precisi, che lei riproduceva come un frammento di video che entra in un ciclo infinito di loop sempre più brevi, fino alla sillaba e al glitch. Mi sedetti a guardarla, si avvicinò e parlammo. È una persona stupenda, molto dolce e dannatamente Kaspar Hauser. Una persona veramente libera.
Cosa mi dici degli italiani? Ci sono nomi importanti come Fabrizio Gifuni e la Gerini che è molto popolare… Cito anche Elisa Sednaoui (che credo sia in parte italiana) e Marco Lampis che dal cognome sembra autoctono. Com’erano le dinamiche? Qualcuno ti ha colpito particolarmente?
Non saprei. Da un punto di vista della performance il Lampis ha sicuramente dato molto alle scene che lo vedevano al loro interno. È un improvvisatore, forse persino un improvvisatore involontario. Meraviglioso. Un po’ alla Ciprì e Maresco per intenderci. Questi personaggi dovrebbero essere la linfa di un cinema che purtroppo si è ripiegato talmente tanto su figure leccate e stilemi di stampo teatrale talmente abusati e talmente abusati male, che non si capisce più la differenza che intercorre tra un film e l’altro. A Roma tra gli addetti ai lavori (specie tra alcuni attori un po’ più accorti e che si sono stufati di questo stato di cose) si usa dire: “So’ quarant’anni che giramo i film dentr‘e stanze.” E credo che renda abbastanza bene l’idea. Come spettatori bisogna fare uno sforzo esegetico davvero potente per capire che differenza intercorra tra “la grande fiction italiana” e un film per il cinema.
Come va con la distribuzione italiana? Il film è stato presentato al Festival Di Rotterdam e ho letto delle critiche molto positive, l’ultima qualche giorno fa di John DeFore dell’Hollywood Reporter. Ho quasi paura di farti questa domanda ma come mai in Italia abbiamo tempi d’attesa così lunghi per vedere proprio un film italiano per giunta così apprezzato all’estero?
In Italia sarà distribuito tra fine agosto e settembre. Sono scelte che riguardano la produzione e l’apparato di distribuzione e francamente sono la persona meno indicata per parlarti di una cosa del genere. Da un punto di vista personale posso al massimo dirti che penso gli sia stato fatto fare prima il giro dei festival. Un film di respiro internazionale o comunque così particolare viene alla fine promosso in questo modo, ovvero fuori dal nostro Paese. Buttare direttamente nelle sale italiane un film così diverso dagli altri sarebbe come buttarlo in un fiume.



