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Per le strade di Lollove

Cagliari-Lollove non si può certo definire un viaggio. Chiamiamola una giornata diversa. Alla scoperta di un posto speciale. Esplorato e raccontato da due “angolature” diverse.

Carlotta. Luoghi come Lollove non si incontrano per caso. Perché hai sbagliato strada o ti è sfuggito un cartello. Lollove si nasconde. Come se fosse il suo modo di proteggersi dal tempo. Di restare vergine come una donna che ha fatto voto a Dio. Come Gavina. Che qui ci vive da novantadue anni e l’amico del parroco, che pure i soldi c’aveva, «No che non l’ho sposato, Nò!»
Di giorno solo il vento si muove. E gli zoccoli di un cavallo che passeggia placido per i sentieri di un piccolo borgo che non conosce cemento. E poi i porci che si sfregano luridi dentro ai recinti di legno di qualche baracca. Ma è come se dopo quella non esistesse altra vita. E altro rumore.

Andrea. Ho pensato alla maledizione di Lollove, a quel “non crescerai e non morirai mai”, come l’acqua del mare, che alcune suore gridarono dopo essere state cacciate in modo brusco dal paese, prese a sassate. Dice signora Gavina che si raccontano numerose versioni della leggenda. Forse le suore erano arrivate a Lollove per chiedere l’elemosina ed erano state mandate via – alla faccia della misericordia – ma la versione ufficiale racconta un’altra storia e parla delle loro tresche coi pastori del paese. Poco conta in fondo come siano andate veramente le cose. Mai una maledizione è risultata così esatta. Lollove non cresce, questo è sicuro, e per ora neppure muore. Rimane ferma, in un certo senso, e vive anche delle sue assenze. Un luogo dove neanche le foglie sembrano essersi mosse da secoli, se non poco, spostate dal vento.

C. Il mio compagno di gita ha lo sguardo rivolto verso le montagne e il cielo. Che sovrastano Lollove come una bellissima maledizione. A. ha l’espressione leggermente incupita, come se tutto questo silenzio lo stesse assordando. Il taccuino, una penna e lo sguardo assorto. Un po’ scrive, poi si ferma, poi riscrive. Poi scatta una foto. Precariamente. E ogni scatto è un sussulto, perché ci sono dodici foto in tutto nel rullino di questa macchina retrò ma molto di moda, che pesa niente e sembra un giocattolo. E anche se l’angolatura non sarà perfetta, «L’importante sono i colori». E comunque sia, comunque vada, «Sarà colpa della Lomo». Mica di A., che il rullino l’ha montato al contrario. Click!

A. Durante la settimana in paese non c’è praticamente nessuno. C’è signora Gavina che sta seduta di fronte alla sua abitazione (“in vetrina”, dice) a sgranare rosari. C’è il cavallo che accoglie i visitatori all’ingresso del borgo e un gruppetto di gatti annoiati al sole. Ci sono allevatori che vanno e vengono da Nuoro. Questo quasi tutti i giorni. Poi, nel fine settimana, a Lollove fanno ritorno anche coloro che lavorano in città e hanno conservato la loro abitazione in paese. In quei momenti il borgo si anima un po’. Istantanea di un’immagine inaspettata. In un giardino ci sono dei giocattoli dimenticati a terra, segni di vita di bambini che – nel breve bagliore di quell’immagine – quasi attenuano, almeno un po’, l’idea di decadenza immobile che accompagna il luogo. Ci si immagina che il sabato e la domenica, tra le stradine di pietra ricoperte di muschio ed erbacce, possano esserci dei bambini che corrono chiassosi e che ne attenuano il silenzio tombale, con risate e grida. Quei giochi sembrano quasi cenni timidi di un futuro di Lollove ancora del tutto ipotetico.

C. «A Lollove si sente il respiro di Dio». Gavina fa schioccare una risata breve e ci guarda come se si aspettasse di non essere creduta. Ma io le credo. La guardo. E ascolto. Questa donna anziana, sorprendentemente lucida per tutti gli anni che le scavano la pelle, custodisce le chiavi del paese. Vive a Lollove da quando è nata. Anzi, ci tiene a precisarlo, «Da quando ero ancora in corso di stampa!». Il suo italiano sicuro, impeccabile lascerebbe spiazzato chiunque. Si potrebbe rimanere ad ascoltarla per ore. Scandisce un repertorio di parole imbevuto di credenze e ricordi. Abitudini diventate rituali. Per esempio, trascorre giornate intere seduta sul muretto di casa a leggere preghiere, e dei «Santi molto miracolosi» conosce tutte le storie. Nel frattempo però fa sempre anche qualcos’altro. Ora infatti sta selezionando un cestino di favette con movimenti veloci e senza neppure guardare. E mica perché non ci veda, anzi. Ci vede benissimo, lei. Che «Il dottore manco gli occhiali mi ha prescritto».

A. È solo nella strada del ritorno che ho pensato a una domanda da rivolgere a signora Gavina, memoria storica del paese in grado letteralmente di arpionare con una delle sue risate squillanti l’attenzione di chi si reca da lei per ascoltarne le storie. Raccontava del matrimonio che il parroco avrebbe voluto combinarle con un amico suo, un uomo ricco ai tempi di quella canzone che diceva “se potessi avere mille lire al mese”, solo che lui ne possedeva molte di più. A Gavina non interessava. «Perché io, già allora, ero innamorata della libertà». E snocciola una teoria molto anticonformista – se comparata all’età e al periodo storico in cui ha vissuto la sua giovinezza – che ci lascia sbalorditi e pure un pochino divertiti. «Poi sentivo le donne sposate che dicevano “ah se potessi tornare indietro”… Come si dice? Il matrimonio è una fortezza espugnata, se sei dentro vuoi uscire se sei fuori vuoi entrare». Soffriva di claustrofobia, dice, e poi quell’amore per la libertà non poteva essere barattato per entrare nel “castello” di un uomo che guadagnava più di mille lire, che all’epoca, insomma, eran soldoni. Peccato che solamente dopo, durante il viaggio di ritorno verso casa, mi sia venuto in mente di chiederle che cosa di preciso intendesse lei per libertà.

C. La Libertà? Io credo che per lei la libertà sia svegliarsi ogni mattina e sentire il respiro di Dio. E il profumo dei suoi fiori, che custodisce come figli. E trascorrere giornate semplici come fa da sempre, scandite da rituali soliti, come il ritorno dei cacciatori al tramonto. E nel frattempo magari rileggere per l’ennesima volta il suo libro preferito di Grazia Deledda, di cui le piace parlare con chi capita lì di passaggio come noi. Poi chissà, magari avrebbe risposto in modo totalmente imprevedibile. E tu a vivere così ci riusciresti? In un posto fuori dal tempo, senza traffico, senza rumori, senza le luci della città…

A. Vivere in un luogo come Lollove? Lollove è come lavarsi in un luogo di pace in cui la vita è apparentemente sospesa. Un po’ come guardare il mare. È un’immagine che smorza le inquietudini ma ti lascia solo con te stesso. Lì non c’è l’acqua, ma un’infinita distesa di rocce, montagne e alberi, case diroccate e sentieri dove non cammina nessuno. C’è un silenzio che letteralmente assorbe, densissimo. Un silenzio smorzato solo dalla tua voce che in certi momenti era l’unica cosa rimbombava – in modo chiaro! – lungo le stradine del paese… Lollove è uno di quei luoghi che è bello pensare possano esistere. Ma…

C. Certo è che posti come Lollove lasciano qualcosa dentro. Qualcosa di ambivalente. Un po’ pace e un po’ solitudine. Autenticità e desolazione. Fortuna e maledizione allo stesso tempo. Dei contrasti fortissimi. Neanche io ci potrei mai resistere. O diventi poeta, o diventi pazzo. Comunque… visto che ti piace tanto la mia voce ora penso a cosa cantarti nel viaggio di ritorno…

Fine prima parte…

di Carlotta Comparetti e Andrea Tramonte

Comments
7 Responses to “Per le strade di Lollove”
  1. Ale scrive:

    Molto piacevole…letto con gli Andiperla in sottofondo.

  2. raffaele scrive:

    veramente interessante il vostro lavoro complimenti!!!

  3. Mavi scrive:

    C’ero anche io quel giorno a Lollove, in veste di autista. Siete riusciti molto bene a restituirmi le sensazioni che ho provato e l’impressione forte che mi ha lasciato Gavina, le sue frasi lapidarie, la semplicità dei suoi modi accoglienti, le sue babbucce aggiustate e riaggiustate con lo spago da pacchi. Voglio tornare a Lollove.
    Auguri per il vostro progetto

  4. corrado scrive:

    Bello. Anche com’è scritto.
    Potrebbe essere un’interessante idea per un racconto a due voci.

  5. francesca scrive:

    Anche se abito da tutt’altra parte posso capire il vostro dilemma, come fare a vivere in un posto così bello ma privo di tutto ciò che ci sembra necessario? Sarebbe coraggio, sarebbe incoscienza? Anche io tornando a casa mia provo pace e solitudine, sono i due lati della medaglia fin da quando sono nata. Anche i miei monti vivono di assenze. Forse anche delle presenze di tutte le persone che hanno lottato per farci avere un futuro migliore, per poi arrivare un giorno a invidiare il modo in cui loro hanno vissuto.
    Vi faccio i complimenti per il bellissimo articolo e per le foto.

  6. Sandro scrive:

    Conosco Lollove, conosco Zia Gavina…..avete reso molto bene l’uno e l’altra. Compimenti!!

  7. Salvatore scrive:

    Ciao Carlotta mi hai incuriosito,come mai non me ne hai mai parlato?Ho bisogno di respirare aria pulita e la prossima volta che ci incontriamo dovrai approfondire il discorso.Un abbraccio

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